di Marco Brunazzi, Labouratorio Bruno Buozzi Torino
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BRUNAZZI – PQS11002 – Siamo tutti ateniesi (o no?)
Da molti mesi la maggior parte dell’informazione giornalistica, radiotelevisiva e specializzata si accanisce sulla “sciagurata” Grecia, che la speculazione finanziaria mondiale ha portato sull’orlo del default.
L’Unione Europea lesina aiuti, anzi prestiti, che è disposta a concedere solo a caro prezzo e ovviamente pretendendo politiche di drastico abbattimento della spesa pubblica, di liquidazione del welfare e di privatizzazione a oltranza di quel che resta dei beni nazionali.
Così, il governo del Primo Ministro Papandreu è preso dalla tenaglia, da un lato, della protesta civile e sociale dei greci esasperati dalle riduzioni brutali di salari e pensioni, dall’aumento drammatico della disoccupazione, dal crollo della domanda interna da un lato e dall’altro dalla crescita vertiginosa del debito pubblico alimentato dal collasso del valore dei suoi titoli sui mercati mondiali. Per tutto questo la spiegazione ricorrente è che la Grecia paga il fio della sua dissennatezza economica, dei suoi “trucchi” contabili di bilancio, escogitati dai governi di destra e proseguiti poi con quelli di sinistra, per carpire la fiducia delle benevole istituzioni creditizie e finanziarie europee e mondiali.
Naturalmente, non si tratta di uno scenario inedito. Qualche anno fa l’Argentina fu trascinata nell’abisso del fallimento e tuttora sono nel mirino della speculazione paesi come Irlanda, Portogallo, Spagna e anche Italia.
Quello che più impressiona, in queste vicende, è il fatto che, nonostante la gravissima crisi economico-finanziaria sia stata innescata e favorita proprio dall’applicazione implacabile. del “pensiero unico” ultra-liberista, quest’ultimo continui a imperversare in tutte le sedi politiche e non
riproponendo ostinatamente la reiterazione di un modello fallimentare, inetto a risolvere le crisi sul piano economico e sociale e oltretutto tale da favorire per reazione derive politiche populistiche, micronazionalistiche e non di rado razzistiche.
Il fatto poi che, colpendo Papandreu, si stia per liquidare il penultimo governo a guida socialista rimasto in Europa, sul futuro dell’ultimo, quello di Zapatero in Spagna, nessuno è disposto a pensare che sopravviverà alle prossime elezioni, non sembra un dettaglio irrilevante.
Non che, si badi, i diversi governi socialisti europei non siano stati in tutti questi anni, per la loro parte, spesso improvvidi, superficiali, privi di prospettiva politica e culturale. Ma non c’è dubbio che la loro sconfitta significhi anche la fine di ogni pur debole e residuale volontà di rappresentanza e di tutela delle classi socialmente più deboli e in ultima analisi di quella “economia sociale di mercato” che nel sessantennio trascorso fu merito e vanto delle socialdemocrazie tutte (e non di rado anche delle stesse democrazie cristiane).
E’ singolare che, mentre negli anni scorsi si discettasse sull’opportunità di riconoscere nella futura Costituzione europea le radici, non solo ebraico-cristiane, ma anche greco-romane, oggi nessuno sembri sentire il bisogno di affermare che oggi, proprio oggi e non l’altroieri, “siamo tutti ateniesi”.
Che cosa aspetta il Partito Socialista Europeo, che è proprio il bersaglio politico di tutta questa situazione a schierarsi a fianco dei compagni greci, non per mera solidarietà ideologica (quale poi?) ma per elementare istinto di autodifesa e sopravvivenza?
Davvero pensano i socialisti europei che il pareggio di bilancio difeso a oltranza valga più della difesa dei bisogni sociali e della piena occupazione? Sembra di sognare: di essere di nuovo ai tempi della Grande Crisi degli Anni Trenta e delle ottuse politiche deflazionistiche praticate dai governi conservatori nel mondo! Eppure in quegli anni erano liberaldemocratici come Keynes e Roosevelt (o socialisti liberali come Rosselli in Italia) che intuivano che la difesa dei posti di lavoro valesse di più che quella dei listini di borsa, che i profitti industriali, creatori di ricchezza per “le nazioni” (lo diceva già Adam Smith!) andassero difesi dalla voracità distruttiva delle rendite finanziarie.
Era un’esigenza morale, di elementare giustizia sociale, che si saldava però indissolubilmente con la convenienza di una economia produttiva e dispensatrice di risorse per tutti.
Vogliono i socialisti europei tornare a gridare alto e forte queste elementari verità storiche? E a sostenere finalmente nuove politiche economiche in grado di saldare nuovi blocchi sociali politicamente affidabili e convinti dei valori di giustizia e libertà della democrazia?
Certo, la globalizzazione attuale rende molto più difficile proporre e attuare politiche adeguate, non più nella cornice delle sovranità nazionali sia politiche che economiche.
Ma appunto, questo richiede PIU’ EUROPA e non meno. Più solidarietà internazionalista dei sindacati E NON MENO.
Dai socialisti europei ci si aspetta un segnale forte e chiaro. Parole d’ordine e d’azione nette, per una Europa federale che demandi al suo governo e al suo parlamento, federali davvero, la responsabilità politica dell’economia, della moneta e della finanza, oggi invece gestite in totale
irresponsabilità politica dalla Banca Centrale Europea. Per una solidarietà attiva con tutti coloro che stanno pagando il prezzo di politiche economiche poste in atto da Governi ed Istituzioni finanziarie liberiste, in particolare con i lavoratori di tutto il mondo e con i loro sindacati, anziché delegare alle organizzazioni umanitarie la gestione, pur ammirevole, dei morti e feriti “nelle trincee del lavoro”dei cinque continenti, come cantavano gli antichi riformisti non meno dei rivoluzionari.
E perciò oggi, non domani, i socialisti europei debbono andare ad Atene a gridare “siamo tutti Ateniesi!”.
Se non ora, quando?
“Il resto – diceva Shakespeare – è silenzio”.


a2000
10 agosto, 2011
Anche io dico: “Siamo tutti Ateniesi ! Ma anche Spartani”
P.S.
e Troiani … se dovesse servire.