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111108 – Lettera aperta ai socialisti
Care compagne e cari compagni,
un fraterno saluto a tutti voi che vi accingete a celebrare il Congresso del PSI, è una buona pratica che purtroppo molti partiti hanno scordato, è una prassi che dovrebbe essere imposta per legge a tutti i Partiti che si candidano a governare questo disgraziato paese.
La forma in politica è anche sostanza, ma la forma da sola non è purtroppo sufficiente per tornare ad essere quel grande partito che fu il PSI prima di Tangentopoli, così come non basta avere in gestione quel simbolo per rappresentare con chiarezza e coerenza cosa significhi in Italia ESSERE SOCIALISTI OGGI.
Il Congresso di un piccolo Partito qual è oggi il PSI dovrebbe essere aperto ai contributi di tutti, e non solo degli iscritti, e le sue conclusioni aperte e non già definite al suo inizio. Dovrebbe essere interesse del Partito, e del suo gruppo dirigente, accogliere stimoli e suggestioni, punti di vista su problemi, che non erano stati considerati o trattati con poco rilievo: un congresso socialista non può essere solo una celebrazione rituale.
Da troppi anni, dal lontano 1994 per la precisione, il PSI vaga, nel nome di un superiore interesse: “la presenza in Parlamento”, alla ricerca di diverse e contradditorie alleanze, oggi è al lumicino, e non è sufficiente l’elezione di alcuni suoi esponenti nelle liste di altri partiti per segnare la fine della traversata del deserto.
Il mondo che i socialisti hanno vissuto sino al 1992 non esiste quasi più, una nuova generazione è arrivata al voto: i ventenni di oggi erano appena nati e quelli che oggi hanno tra 25 e 35 anni erano ragazzini. Proprio le classi di età dalle quali dipende il rinnovamento di un partito politico sono cresciute in assenza di un partito socialista di riferimento. Sono cresciute, al contrario, in un periodo, in cui socialismo come sostantivo e socialista come aggettivo erano stati rimossi dallo stesso vocabolario della sinistra.
Con il crollo del sistema sovietico la sinistra italiana, nella sua maggioranza, ha preferito vivere senza aggettivi o accontentandosi di un generico essere “democratica”, piuttosto che fare una scelta europea e socialista.
In quest’ultimo ventennio l’economia, le scienze, la tecnologia hanno cambiato profondamente il modo di vivere e di percepire la realtà, in molti casi ci è stato rappresentato un reality virtuale, che non ha nessuna connessione con il mondo che viviamo ogni giorno.
La mancanza di una analisi socialista dei cambiamenti che sono avvenuti si sente, i ceti che dovrebbe rappresentare un Partito Socialista all’altezza del proprio nome, della propria cultura e della propria storia, sono stati lasciati senza una guida.
Il non aver denunciato per tempo che i guasti economici e sociali prodotti dal liberismo avrebbero disarticolato la società, ha portato i socialisti all’irrilevanza, e la mancanza di un forte Movimento Politico Socialista impedisce di affrontare i cambiamenti che sono in atto con una proposta politica chiara e condivisa e che rappresenti gli interessi dei ceti più deboli.
Oggi siamo nel pieno della crisi dell’ideologia liberista, la grande speculazione finanziaria, già ben descritta nel 1941 dal Manifesto di Ventotene, “dei plutocrati che, nascosti dietro le quinte, tirano i fili degli uomini politici per dirigere tutta la macchina dello Stato a proprio esclusivo vantaggio, sotto l’apparenza del perseguimento dei superiori interessi nazionali”, è ormai percepita dai cittadini come illegittima ed illegale.
Purtroppo la debolezza politica dell’Internazionale Socialista e la mancanza di un forte PSE sovranazionale consente ancora alle grandi conglomerate finanziarie di scatenare, senza alcuna opposizione, attacchi forsennati contro gli Stati Sovrani. Il campo di battaglia è l’Europa ed il suo modello di Economia Sociale di Mercato e di Welfare e dentro l’Europa gli Stati governati dai Socialisti: la Grecia e la Spagna, e prima di loro è toccato al Portogallo.
Il caso dell’Italia è un caso particolare, di uno Stato sempre più fragile, che si sta disarticolando, dopo la Lega Nord qualcuno sta già gettando le basi per una ipotesi di Lega Sud, i Partiti ormai sono in mano, sia a destra che a sinistra, e grazie a leggi elettorali scellerate, a ristrette oligarchie.
Solo il superamento della dimensione “statual-nazionale” potrà creare un baluardo all’ideologia liberista, solo un’Europa Unita ci potrà consentire di difendere le conquiste democratiche e sociali, che nell’ambito dello Stato nazione, grazie alle lotte e alle conquiste del movimento operaio e socialista, nelle sue articolazioni politiche e sindacali, hanno raggiunto la loro più alta espressione. È una soluzione già indicata da pensatori socialisti precursori, come Eugenio Colorni e Ignazio Silone: la federazione europea, con i socialisti forza politica egemone.
Solo la capacità di promuovere un nuovo “internazionalismo socialista” potrà ricostruire l’unità di coloro che fanno del lavoro la ragione della loro vita.
L’idea di un Partito del Socialismo Europeo sovranazionale a cui i Partiti nazionali cedono la loro “sovranità” potrebbe essere un segnale chiaro ed esplicito: i Partiti Socialisti e Laburisti europei hanno una visione che va oltre il nazionalismo, il loro obiettivo è il superamento della prassi degli accordi intergovernativi, la loro meta è un modello di Europa federazione di Stati, in cui il potere legislativo è del Parlamento Europeo bicamerale, in grado di rappresentare sia cittadini che gli Stati, ed il potere esecutivo è della Commissione. Non sono più ammissibili, come avviene oggi, preventivi accordi bi-statuali (sul modello Merkozy) che indicano la via a cui gli altri debbono adeguarsi.
Solo una nuova Istituzione democratica e comunitaria potrà avere la forza e l’indipendenza necessari per imporre alla “rendita speculativa” leggi e norme in grado di governare il cambiamento, solo un mercato interno forte e coerente nel suo funzionamento potrà garantire un nuovo periodo di Progresso per i cittadini europei.
L’Europa potrebbe essere forte perché rappresenta 500 milioni di cittadini, ma ha un mercato interno non univoco, la debolezza di alcune economie nazionali e la forza di altre ha generato un mercato a velocità asimmetriche, in cui parte viaggia comunque veloce (l’area germanico-nordica) e non ha tanto voglia di aspettare i più lenti (il Sud Europa), senza i quali, però, l’UE si dissolverebbe.
Se non si è consapevoli di ciò difficilmente si potrà elaborare un Progetto socialista adeguato.
Scrivere oggi elenchi di 100 proposte, o Programmi elettorali infarciti di buoni propositi, è velleitario e rischia di tradursi, come si traduce, in Programmi di Governo deboli che si scontrano con l’assoluta carenza di risorse da redistribuire.
Solo una coraggiosa opera di critica verso il modello politico che si è venuto a configurare in questi vent’anni in Italia potrà consentire al PSI di uscire dall’angolo in cui si è cacciato, non tanto e non solo per la cattiveria dei “nemici”, ma anche per l’insipienza di un gruppo dirigente che non ha saputo intercettare e rappresentare quanto di buono e di interessante si muoveva nella società italiana e che non ha voluto capire quanto di positivo si stava, e si sta, sviluppando nella galassia di circoli ed associazioni di area socialista.
É tempo di riscoprire quel valore che dal 1921 ha consentito al PSI di vivere e crescere: l’autonomia dei socialisti.
L’autonomia di Turati che, assieme a Matteotti, seppe ricostruire il PSI dopo la sconfitta dei riformisti a Livorno, l’autonomia di Rosselli che con “Socialismo Liberale” fu il grande critico del marxismo determinista, l’autonomia di Lombardi e Jacometti che nel primo dopoguerra tentarono di evitare l’abbraccio mortale con il PCI, l’autonomia di Nenni che, seppure con ritardo, liberò il PSI da quell’abbraccio.
Purtroppo in Italia non c’è stato lo sviluppo necessario dell’autonomia socialista, perché la sinistra italiana non ha avuto, né la sua Bad Godesberg, né la sua Epinay e per questo è ancora in ritardo con una compiuta visione europea, che nel socialismo ha il suo orizzonte e non il suo limite, come invece ripetono instancabilmente i falsi profeti dell’esaurimento del socialismo democratico, che sarebbe morto nel XX° secolo.
Il socialismo liberale dei Rosselli ed il liberalsocialismo di Calogero-Capitini prevedevano una forte autonomia della politica rispetto all’economia, con una robusta presenza dello Stato nel settore finanziario e del credito, e una finalità sociale all’economia mediante la programmazione economica, sono principii che hanno lasciato segni tangibili nella nostra Carta Costituzionale e nell’azione di Governo del primo Centro sinistra degli anni ’60.
Oggi taluni propugnano “più società e meno Stato”, affermazione accettabile se si pensa alle esperienze sovietiche, per nulla condivisibile se tende a replicare politiche reaganiane-thatcheriane contrabbandate come “terza via” socialista o una concezione spinta della sussidiarietà orizzontale, che in Italia ha significato l’espansione nei servizi del cattolicesimo assistenziale della Compagnia delle Opere.
Il PSI potrebbe avere un suo ruolo se avesse la volontà di rivisitare il socialismo umanitario e laico delle origini ed essere nuovamente una delle colonne portanti del rinnovato cooperativismo e del mutualismo municipale.
Ma l’idea di un “neo socialismo liberale”, che emerge dal documento congressuale, da sola non è sufficiente, è una idea indispensabile e irrinunciabile, ma che non può essere prevalente, una nuova sinistra socialista potrà tornare ad essere forte se saprà recuperare il meglio dalla storia del socialismo democratico laico e riformista, ed aprirsi alle culture ambientaliste, libertarie, europeiste e federaliste, superando l’idea che solo gli iscritti al PSI possono definirsi socialisti.
Care compagne e cari compagni
il vostro Congresso può segnare per davvero un nuovo inizio, noi lo speriamo, alzate la testa e guardate al mondo con occhi liberi da preconcetti, guardate avanti, evitate di rinchiudervi nel ridotto di un Partito autoreferenziale, superate lo choc della sconfitta del 1992, rielaborate il lutto della fine del craxismo, quel Partito non c’è più e non è avanzando con la testa rivolta all’indietro che si può costruire il futuro, accettate con coraggio la sfida che i circoli socialisti vi pongono:
“la costruzione in Italia di un nuovo movimento
per il socialismo nel XXI secolo”.
Paradossalmente avete gli strumenti statutari per essere all’avanguardia nel rinnovamento della sinistra, come le adesioni collettive le sezioni internazionali aperte a compagne e compagni anche non iscritti e nell’art.1 della Statuto un riconoscimento della pluralità ideologica del Socialismo e della sinistra. Alle previsioni statutarie non è seguita una prassi coerente: non si hanno notizie di adesioni collettive e dell’istituzione di Sezioni Internazionali.
Quella della rete dei circoli socialisti, di cui noi socialisti del Gruppo di Volpedo siamo stati precursori, è una alternativa alta alla subalternità al PD, il quale magari vi riconoscerà qualche diritto di tribuna, ma in cambio si prenderà la vostra anima socialista, così come ha già annichilito i radicali.
Recuperate l’orgoglio di essere portatori di una grande cultura che sta tornando ad essere autorevole in tutta Europa, aprite con coraggio e lungimiranza il partito al confronto con chi è stato ed è socialista per convinzione e non per convenienza.
Con i nostri più fraterni auguri di buon lavoro,
le compagne ed i compagni del Gruppo di Volpedo
Volpedo, 8 novembre 2011


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