di Claudio Bellavita

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BELLAVITA – PQS11016 – Da Volpedo un insegnamento per i movimenti

Il 15 ottobre era una manifestazione mondiale. Col senno di poi sarebbe stato meglio fare un corteo in ogni grande città, si sarebbe potuto, forse, bissare l’inatteso successo di “se non ora quando”. Lo stesso vale per la manifestazione Fiom. Ma la logica sbagliatissima dell’unico grande corteo romano ormai fa parte del DNA di tutti i movimenti. E, a quanto pare, tattica degli anarcoestremisti.

Il corteo nasce nel settecento con le grandi rivoluzioni liberali, nell’ottocento il movimento operaio lo fa proprio come manifestazione di coesione e combattività, quale unica forma di rappresentanza dei proprii diritti allorchè la maggior parte della popolazione non aveva diritto di voto e la forza del mondo del lavoro stava soprattutto nella solidarietà delle Società di Mutuo Soccorso e delle cooperative.

Fare cortei era rischioso, perchè un grande numero di proletari senza diritti che dimostravano la loro forza faceva comunque paura. Lo Stato li fronteggiava con le cariche di cavalleria e le cannonate di Bava Beccaris, e poi con gli arresti e le condanne di una magistratura reazionaria.

Pellizza di Volpedo seppe contrapporre ad uno Stato, e ad un padronato, reazionario l’immagine di una forza tranquilla, quella di un gruppo, o per dirla con l’Autore, una Fiumana di lavoratori della campagna, che senza impugnare forconi, fucili, bastoni si recavano a rivendicare a Palazzo Malaspina di Volpedo i proprii diritti. La genesi del quadro più noto di Pellizza, il Quarto Stato, avvenne tra fine ottocento ed inizio novecento e divenne l’icona del movimento socialista per questo suo linguaggio di un movimento forte e pacifico, che cammina verso il progresso.

Purtroppo ai primi del novecento si inseriscono, a opera dei “sindacalisti rivoluzionari” i bacilli che durano tuttora: lo sciopero generale a ogni pretesto, come momento di mobilitazione prerivoluzionaria che si manifesta nella combattività degli slogan del grande corteo, che sfida anche la mancanza di autorizzazione. I tentativi di “alzare il livello dello scontro” per provocare la reazione della polizia, che invece riceveva dai governi giolittiani ordini di contenere senza eccessi.

Nel dopoguerra, in Italia e in misura minore in Francia, il grande corteo diventa invece il culmine di una campagna di mobilitazione impotente da parte del PCI e della stessa Cgil quando ne seguiva pedissequamente le parole d’ordine. Insomma, perdiamo la battaglia, ma se facciamo vedere che siamo sempre di più un giorno o l’altro vinceremo la guerra: è allora che nasce la logi(sti)ca di concentrare tutte le forze in un unico grande corteo, in genere nella Roma burocratica e menefreghista. Ben altra cosa fu il significato e il memorabile successo il corteo dei tre sindacati uniti a Reggio Calabria, contro la mafia e per lo sviluppo del Sud. Ma quelli di Roma, in genere, fruttavano solo una discussione sul numero dei partecipanti, tra quello spropositato fornito dagli organizzatori e quello ridicolmente basso fornito dalla polizia.

Dopo di che, come non fosse successo niente.

Il 15 ottobre era una manifestazione mondiale. Col senno di poi sarebbe stato meglio fare un corteo in ogni grande città, si sarebbe potuto, forse, bissare l’inatteso successo di “se non ora quando”. Ma la logica sbagliatissima dell’unico grande corteo romano ormai fa parte del DNA di tutti i movimenti. E, a quanto pare, della tattica degli anarcoestremisti.

E’ una logica da cui faremo bene a uscire presto, come dimostra l’insuccesso che è toccato all’ostinazione autoreferenziale della FIOM, di fare egualmente a Roma una manifestazione non autorizzata 6 giorni dopo gli incidenti. Immagino i roboanti ragionamenti (“dobbiamo far vedere che la piazza è nostra e ce la prendiamo quando ci pare” “dobbiamo far vedere ai venduti degli altri sindacati che siamo tanti e combattivi” “dobbiamo far vedere agli agitatori estremisti che siamo capaci a controllarli”)…

Chissà se è riuscito a parlare qualcuno che ragionevolmente proponeva di spostare la manifestazione in una città dove, almeno, ci fossero tanti metalmeccanici. Ho idea che nel clima di oltranzismo a sinistra che regna in una FIOM sempre più lontana dalla realtà, oltre che dal resto delsindacato, chi lo ha pensato non ha neanche osato dirlo.

Il dramma politico vero è che comunque le violenze hanno annichilito la giusta protesta di chi da mesi va in piazza per rappresentare i proprii meriti non riconosciuti, di precari con la laurea, ed i proprii bisogni, di disoccupati ed inoccupati senza prospettive, meriti e bisogni oggi mal rappresentati dalle forze politiche e sindacali.

I gruppi dirigenti politici e sindacali italiani, nel pieno di una crisi epocale, continuano imperterriti a dividersi per il potere fine a se stesso ed a discutere di questioni (ad esempio le Primarie) che non sono per niente nell’agenda delle priorità dei cittadini.

Tornare a Volpedo ha consentito a noi socialisti di riscoprire, senza dover scomodare Gandhi, la bellezza e la potenza della forza tranquilla del proletariato di inizio novecento e può essere un buon esercizio per tutti coloro che hanno a cuore il futuro della sinistra in Italia.